antonella cilento

Il cielo capovolto: l'incipit

Ho sempre cercato d'essere puntuale agli appuntamenti. Anche oggi, sebbene l'età potrebbe ormai giustificare ogni mio ritardo, e persino certe assenze, agli occhi di un ospite. Agli amici, poi, non ho mai saputo dire di no e neppure ho cercato di farli attendere, anche se non è questa la ragione per cui ora seggo qui, in casa di un vecchio amico. Rimpiango, adesso, di aver lasciato nella mia adorata Roma lo zibellino e i guanti: questa martora e i broccati di Firenze sono di carta sulle mie povere ossa, mi fanno sentire come una marionetta nella neve. No, non è per usare una cortesia che ho sfidato intemperie e disagi di questo lunghissimo viaggio. Questo almeno l'ho imparato in settantadue anni: la cortesia è un lusso. Sono stato puntuale, nonostante il puzzo di frittura delle bettole sui canali, le zuppe rancide di sedano e gamberi che ho dovuto mangiare, l'umido del mare in inverno e il gelo che mi attendeva qui, ad Amsterdam. Ma il freddo e gli abiti inadatti non sono, in verità, che un dettaglio senza significato. È per colpa di un debito che mi trovo in questa casa, un debito così ingente che non basterebbero i forzieri di un Peruzzi o di un Medici a sanare. Il rimorso ch'io porto sulle spalle è pesante come un fardello bagnato.
Ho nella borsa la lettera, consumata per le ripetute letture, che mi ha spinto a venire in Olanda: una pergamena gialla e gualcita, che reca in alcuni punti tracce brune poiché, in un accesso di disperazione, tentai persino di bruciarla. Questa lettera mi ha negato una serena vecchiaia, mi ha tolto il diritto sacrosanto di dimenticare, di prepararmi alla morte. Mi ha imposto una tortura giovanile: la memoria.

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