antonella cilento

La madonna dei mandarini: l'incipit

«Guagliò, la politica è per gli sfaticati! ‘E sentito a quello della Fondazione? “E mo io che faccio? Mi avete lasciato senza lavoro!”. ‘Nce sta ‘a disoccupazione pure pe’ ‘e politici...».

«Sèèè, sèèè...».

«Jamme, perché? Non sei d’accordo? E dici che ti piacerebbe pure a te stare seduto chiatto chiatto a prendere ‘e dinare facenno ‘o chiachiello int’ ‘a televisione... O nun fosse buono fare ‘o monsignore? ‘O cardinale? Pare ca se stancano... So’ duemila anni ca non fanno niente e decidono pure addò vanno ‘e sorde...».

«E pure quello è un lavoro».

La conversazione, oscillante nella metropolitana nuova di Napoli, direzione Piscinola, va avanti così da settimane, ogni mattina. Statine, ovvero Giovanni, sudato nonostante sia inverno, ascolta annuendo, il manuale di anatomia sotto un braccio, nell’altra mano un fazzoletto per la fronte. Statine è stato soprannominato così dai suoi amici volontari perché ha il colesterolo alto, anche se ha solo venticinque anni, ha già perso tutti i capelli e gli hanno trovato pure una punta di diabete.

È al terzo anno di medicina, gli occhiali gli pendono perché una stanghetta si è allentata, così, ogni tanto, quando il treno rallenta, sfila dalla tasca un piccolo cacciavite, si toglie gli occhiali, stringe il gomito intorno al manuale e, tutto storto, tenta la manovra di avvitamento. Quello che oggi arringa, invece, si chiama Filippo. Lo guarda che tenta l’avvitamento, non fa niente per aiutarlo e ogni volta ripete sogghignando: «Statì, accuorte ‘e lente...».

Al momento, la mano grassoccia e sudata di Statine sta scivolando lungo l’asta di metallo del vagone. La metropolitana scoda e sculetta, esce nel breve tratto all’aperto che precede la fermata del Frullone e la pioggia invernale la investe.

Statine fissa le gocce illuminate dall’elettricità scorrere sui finestrini e pensa alle stringhe di codici che precipitavano in un vecchio film di fantascienza,Matrix. Un tratto di campagna di intensissimo verde, nonostante il maltempo, appare fra i quartieri cementizi e il lontano profilo delle vele di Secondigliano: fra tre mesi qui sarà già primavera e i mandorli bianchissimi ricorderanno i tempi in cui questa era la terra più ubertosa della Magna Grecia.

Filippo, intanto, si sta lisciando il ciuffo: belloccio, da poco è diventato padre; ha sui venticinque anni, come Statine, ma è in ben altra forma fisica, va in palestra. La moglie, Tatiana, ventitré anni, di nuovo incinta, fa volontariato come lui e Statine nella stessa Associazione cattolica al Vomero.

Assistono disabili, ragazze madri, bambini difficili: tutto insieme e tutto un po’ a caso, poiché sono entrati a fare i volontari passando per la parrocchia.

Filippo diplomato al tecnico, Tatiana allo psicopedagogico, università mai tentata, figli di impiegati postali in pensione, si sono ritrovati con i soldi dei preti in mano per dare aiuto a chi ne ha più bisogno, ma sono ancora convinti di essere loro quelli che di aiuto ne hanno più bisogno di chiunque. Tutto il gruppo di volontari è composto secondo questo criterio: pensionate provate dalla vita, inesauribili fabbricatrici di gattò di patate e babà per la raccolta fondi, studentesse di psicologia in cerca di crediti (rare) e poi mancati geometri, mancate maestre, mancate commesse...

La maggior parte dei volontari è giovane e ha trovato “difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro”, come dicono i giornali.

Filippo sbadiglia: «E chi ‘o ssà quando arriva il prossimo finanziamento... ‘A Fondazione, ‘a Fondazione...».

Statine mette la mano in tasca per cercare di nuovo il cacciavite: tra Frullone e Chiaiano il tempo è poco ma il percorso non ha curve. Risponde deconcentrato: «Mmhhh... Prima ci sono i corsi...».

Filippo scotolèa le spalle, sfastidiato: «Ci vogliono per forza far fare ‘sta cacchio di formazione! Ma se io non ho mai voluto studiare! Dicono che dobbiamo leggere... Ma perché, serve leggere per togliere il moccio al figlio di Smimmo? Il moccio di Smimmo è diverso dal moccio di Parolise?».

«Smimmo è down. Parolise è autistico» mormora stancamente Statine. Involontariamente fa culo e culo con una liceale in leggins che ascolta l’iphone. Non si scansa e lei nemmeno.

«Mbè?» insiste Filippo.

«Non li dovremmo nemmeno tenere nella stessa stanza. Invece facciamo con tutti la stessa cosa. Come se fossero bambini scemi e non persone disabili di quasi trent’anni» risponde lui.

Filippo sbotta: «Se ne fottono tutti di loro. La famiglia, lo Stato, la scuola... E io dovrei studiare per sapere cosa fare con il loro moccio?».

La metro frena di colpo e barrisce, come un gigantesco, inconsolabile elefante.

“Stazione di Chiaiano, Chiaiano Station” recita una voce metallica.

Il grosso scende qui. Studenti, mamme, donne di servizio dell’Est, abusivi con la bancarella appresso. Statine, rinforcando gli occhiali, attacca: «Filì, ma ti sei accorto che l’unico che va all’università del nostro gruppo sono io? L’unico che studia una materia che ha qualche lontana affinità con i problemi di cui ci occupiamo? Ti sei accorto che, quando viene uno con la laurea a farci formazione, al gruppo pare che ci dà fastidio? Pure al “presidente” ci dà fastidio... Lui chiama i formatori, lui li paga e per primo si appiccica con loro. Le hai mai viste le mail che manda agli psicologi, ai professori, ai terapeuti? Piene di insulti, pare che gli fa un favore a farli lavorare... Lui, che non sa nemmeno intrecciare un cestino, non sa scrivere in italiano, mo gestisce i soldi della Curia e si crede di essere un padroncino... E pure la sua famiglia, padre, madre e fratelli: portieri, bidelle, disoccupati... Mo che li riceve il cardinale, si credono dei padreterni, e campano sulle disgrazie altrui, sempre per merito dei preti! Devi ringraziare che qualcuno viene ancora a farci un poco di formazione dopo tutti questi anni, che qualcuno ancora ci dà aurienza, specie alle cime di rapa comm’ a te!».

«Statì, sei bravo a sputare nel piatto in cui mangi, eh? Perché tu non te li pigli i soldi dal “presidente”?» stizzisce Filippo.

«Quattro spicci ogni sei mesi? Sì, li piglio e dico pure grazie, vabbuò?».

Statine si allaccia nervosamente il giubbotto e tenta per l’ultima volta di avvitare gli occhiali.

«‘Sta cazzo ‘e stanghetta!».

“Piscinola Station”.

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