antonella cilento

La paura della lince: l'incipit

-... e comunque avrete notizie dal mio avvocato!
Finalmente stava urlando e per l'esattezza urlava al telefono interno nella Sala delle Epigrafi. Una coppia di anziani turisti tedeschi in shorts, calza di cotone e sandali, i primi visitatori del Castello da settimane, la fissarono esterrefatti e ripiegarono cauti verso la terrazza panoramica. Aveva scelto un'azzurra e fredda giornata di dicembre per licenziarsi.
-...no, non sono io che me ne vado, siete voi che mi costringete!
Sganciò un pugno sul touch screen che sfarfallò dati confusi. Lanciò all'intorno un'occhiata di gelida furia, i tedeschi, che si erano sporti dall'esterno all'ennesimo urlo, si irrigidirono oltre la lastra di vetro della terrazza.
Aida li fissò e marciò a grandi passi verso di loro.
La distesa azzurra del golfo di Pozzuoli era tagliata dal volo dei gabbiani. I tedeschi si fecero prudenti da parte, mentre traversava la terrazza e si dirigeva all'edificio degli uffici. L'aria era rigida nonostante il sole ma era così infuriata che non si strinse nemmeno fra le braccia, in assenza di cappotto. Un grosso gabbiano la fissò dal ponte che dava sulla chiesa. Si sbatté alle spalle la porta dell'ufficio deserto: i cavi della luce e del telefono spuntavano come mazzi di vene dai muri candidi d'intonaco. La ristrutturazione non era finita, non sarebbe mai terminata. Spalancò il mobiletto di metallo che conteneva i suoi effetti personali: due quaderni per le firme delle scolaresche in visita ancora nuovi di zecca, il vocabolario di greco che usava al liceo, il portatile, un pacchetto di sigarette. Per ultime tirò fuori le scarpe, un paio di assurde scarpe verdi di vernice tacco 16 che mai avrebbe indossato, ma che si era regalata con i duecento euro del primo stipendio e che aveva abbandonato lì il giorno dell'acquisto.
"Quando hai indosso un bel paio di scarpe non c'è bisogno d'altro per far girare la testa agli uomini". Quando Elena ripeteva quella frase, da ragazze, si montava come la panna. O forse s'inalberava come un cobra pronto ad ipnotizzare la sua vittima. Saliva sulle punte, anche se indossava la pianelle. Era fatta così, sua sorella. Aida, invece, non aveva mai indossato altro che mocassini e espadrillas in vita sua. Incastrò nervosamente le scarpe nella borsa, sopra al portatile. Lanciò un ultimo sguardo al soffitto della stanza che avrebbe dovuto essere la sua postazione di lavoro: la scrivania era ancora imballata, le sedie smontate e incastrate negli incarti di fabbrica. Una macchia di muffa verde e viola fioriva a spese dei contribuenti e con grande vantaggio delle ditte vincitrici dell'appalto e di chi glielo aveva fatto vincere. Uscì sbattendo un'ultima volta la porta.

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