antonella cilento

Neronapoletano: l'incipit

«Elide, cosa leggi?»
«La storia di Pinto, mamma.»
«Hai fatto i compiti?»
«Sì, mamma.»
Non era vero. Da bambina amavo molto leggere e trascuravo spesso i compiti, ma nessuno se ne accorgeva mai. Con la scusa di studiare, tenevo nel sussidiario Tex, Il Comandante Mark, Zagor, I Peanuts. Se qualcuno bussava alla porta, chiudevo il fumetto e lo facevo sparire tra i quaderni. Se non mi lasciavano stare, andavo in bagno. Il bagno è il regno della  lettura. Ci si può restare un mucchio di tempo con la scusa del mal di pancia. In bagno leggevo, quindi, i romanzi: Pollyanna, Orgoglio e pregiudizio, La meravigliosa avventura di Peter Schlemil, I miserabili, Senza famiglia. Al mattino, prima di andare a scuola, leggevo un altro po', seduta in salotto.
«Comm'è studiosa 'sta figlia nostra» mormorava orgogliosa mia madre.
«Meglio un asino vivo che 'nu dottore morto...» rincalzava, con sospetto, mio padre.
Quando ero a scuola, negli intervalli, leggevo mordicchiando la merenda: leggere mangiando è uno dei piaceri della vita. Gufo Triste e Mister Bluff litigavano nei forti canadesi mentre le mie compagne si scambiavano elastici colorati per capelli. All'uscita, correvo dal giornalaio a vedere i nuovi arrivi. Attraversavo sgusciando fra le auto, ignorando il rosso al semaforo, come lo ignoravano i conducenti. Correvo, spaventata dalla mia città e dai suoi abitanti. Superato il guado zebrato, però, c'era la ricompensa: giornali, riviste, mensili, piccole enciclopedie, romanzetti, albi, raccolte di favole.
Mi sono sempre piaciute le favole, meglio se illustrate: se avessi avuto il benché minimo talento avrei disegnato. Da miope, calata nel mondo delle nebbie perenni, ho sempre vissuto per le immagini luminose: film, quadri, cartoni animati. Credo di aver smesso di guardare mettendo a fuoco quando iniziai a studiare matematica: la lavagna con i numeri in croce piano piano svaniva e la maestra chiedeva:
«Sorano, ma quanto fa qui?»
«Non lo so.»
«Come non lo sai?»
«Non c'è niente, lì...»
A sei anni ero un piccolo mostro occhialuto, frangetta nera e corta, codini con l'elastico colorato. Mi raccontavo favole anche da sola, quando ero malata.
Me ne piaceva una in particolare, s'intitolava Pinto Smalto. I disegni sul libro erano di un signore che di nome faceva Adelchi Galloni.

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