antonella cilento

Bestiario Napoletano: l'incipit.

Benvenuti

– Capo, vulite parcheggià? Dottò, venite accà. Maestro, buongiorno.

Nello zoo napoletano il parcheggiatore abusivo è il nostro Caronte.

La gradatio del parcheggiatore abusivo è sempre questa: capo sono tutti i potenziali clienti, chiunque si avvicini per parcheggiare o ne simuli l’intenzione, dottori si è in virtù della cilindrata, il pagamento abbondante e regolare determina la promozione a maestro.

Fate buon viso a cattivo gioco, pagate il parcheggiatore e insieme il ticket comunale o il passaggio infernale risulterà più difficile, inutile sbandierare posizioni legaliste, al più vi andrà bene con allocuzioni leguleie:

– Guagliò, sto andando ‘all’avvocato. Duie minute e torno.

– State senza pensiero, dottò, v’ ‘a guard’io.

Benvenuti nella casbah più a nord del mondo, nella più colta e raffinata delle capitali mediterranee, nell’unica vera metropoli europea: parola di Allen Ginsberg.

Se siete stati lettori di fiabe lo sapete: ogni luogo magico, sin dall’antichità, è abitato da bestie. La bestia è spesso trasformazione, modifica, magica o prosaica, di identità sovrapposte. Napoli, che è luogo magico per eccellenza, industria di magie che spesso gli abitanti vorrebbero esser loro risparmiate, non può non avere un suo Bestiario: ecco perché in queste pagine incontrerete strade, case, fantasmi e napoletani in carne e ossa e, con loro, anche esseri infimi ed esseri celesti (benefattrici, scrittori, pittori, poeti, musicisti), belve esotiche (coccodrilli, balene, zoccole), insetti (scarrafoni e mosche), civette, dinosauri e diavoli, magnafoglie e monacielli, madonne, angeli e asini.

Ovviamente, siete in terra incognita, avete passato le colonne d’Ercole: attenti ai parcheggiatori e alle sirene.

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1. Zoccole e scarrafoni

Sembrerà strano, ma il primo collegamento che si stringe fra le zoccole, tradizionalmente luride pantegane ma anche prostitute di città, e scarrafoni, ovvero sia letterali scarafaggi che, in linguaggio delinquenziale arcaico, camorristi è tutto letterario. Anzi, per l’esattezza, è il legame più forte stretto da Napoli con il padre della letteratura moderna, Miguel de Cervantes.

Cervantes amò moltissimo Napoli, la citò nelle sue meravigliose Novelle esemplari e nel Viaggio in Parnaso, ci visse a lungo, la praticò, sperò di restarci a lavorare come era successo al suo illustre e, in vita, più fortunato collega Francisco de Quevedo, e dal suo porto salpò solo per finire nelle galere algerine, prigioniero degli arabi per cinque, lunghi anni, ricordati, anche questi, nel Don Chisciotte e nelle Novelle.

I romanzi si scrivono da vecchi, disse. Ed è vero: i romanzi davvero importanti li scrive spesso chi ha molto vissuto e contrattato con la vita. Cervantes ebbe la sfortuna (e la fortuna) di abitare un mondo in profonda mutazione: di colpo ogni cosa diventava grande, anche solo geograficamente, mentre l’uomo si faceva sempre più piccolo. Vide le Americhe, ovvero le Indie, colonizzate dai suoi conterranei e subito trasformate in colonia penale e rifugio di falliti e stupratori, l’orbe terraqueo che, con l’uomo, perdeva la sua centralità nell’universo.

Un mondo pieno di possibilità e, al tempo stesso, dei soliti, maledetti problemi: poteva mai tornare il povero Chisciotte a Itaca? Poteva mai sperare di ritrovarci Penelope? No, al massimo poteva amare non riamato una fantasiosa Dulcinea. C’era forse unapoliscui tornare, un Sacro Graal da cercare? Ogni idea di comunità finisce con il Seicento e si conclude in Cervantes, dando l’avvio all’età moderna, al romanzo, all’individuo solo contro tutti, al solitario, incompreso, fallito, ridicolo individuo.

E Napoli è casa sua.

È la città in cui non ci si può fidare delle leggi, gli avvocati sono troppi, i magistrati in vendita, i politici ruffiani, i medici ignoranti e assassini, le donne sfruttate, violentate e uccise impunemente. Che aria di modernità! Questa è l’aria della Spagna dopo Carlo V, dopo le eroiche battaglie perché il sole non tramonti mai su un regno ispirato ad Augusto e ad Alessandro Magno, ma di fatto governato dalla vil razza dannata, cortigiani, politicanti, poltronisti (e tronisti ante litteram).

Dunque, eccoci a casa nostra.

E Cervantes è il primo che racconta davvero tutto questo: non è più Boccaccio che critica ammonendo che seguire una morale salverà, non ci sono più esergo didattici alle sue novelle, no. Tutto è promessa non mantenuta, tutto è solitudine e amarezza: non resta che riderne. Ecco l’amara scienza di cui un narratore napoletano secoli dopo parlerà, Luigi Compagnone, e che scorrerà nel sangue di un altro grandissimo meridionale, Leonardo Sciascia.

Così, è naturale che una novella inizialmente ambientata in Italia e che contiene il più struggente dei ricordi napoletani – l’ingresso dal golfo sulla nave di Tomàs, futuro dottor Vetrata – abbia per protagonista il prototipo dei dissestati, degli scissi, degli scompensati, l’antesignano dei personaggi di Hoffmann in cerca della propria immagine smarrita dagli specchi o di Peter Schlemihl che, inavvertitamente, ha venduto la propria ombra al diavolo: il dottor Vetrata, studente convinto d’essere fatto di vetro e di potersi rompere a ogni passo da quando è impazzito a causa di una fattura mal riuscita, dice tutte le verità che gli passano per la testa, che i medici sono assassini impuniti dalla legge, che gli editori sono ladri e imbroglioni, che il mondo è pieno di plagiari, che tutti sono in vendita e l’onestà è perduta. Vetrata è Gregor Samsa, è il signor K delProcesso, benché più allegro, è Raskolnikov, è Oblomov, è ilČičikov diLe anime mortedi Gogol’. Vetrata siamo noi.

Se Cervantes avesse scrittoLa metamorfosi, ed è quasi come se lo avesse fatto, Vetrata sarebbe stato un napoletanissimo scarrafone e non un grosso, generico insetto.

E veniamo alle zoccole (ma agli scarrafoni torneremo).

I racconti di Cervantes sono pieni di donne in vendita, che se la cavano come possono: la definizione di zoccola indicava la più antica professione, che necessitava di rumorosi calzari per segnalarsi di notte ai clienti nella città buia e di giorno perché la città era già bolgia sovraffollata, super urbanizzata a causa del malgoverno spagnolo, in piena speculazione edilizia poiché si costruiva in stili, forme e luoghi senza alcun criterio, solo per stare più vicini al palazzo del viceré, per apparire e non mostrare la povertà che le gabelle causavano a quei nobili che si erano dovuti spostare dalle ricche campagne alla puzzolente città.

Le prostitute suonavano gli zoccoli sul selciato ­napoletano.

Ed erano così tante da essere paragonate ai topi che già allora affollavano acquedotti greci e latini, l’acquedotto nuovo del Carmignano, le fogne e gli ipogei scavati dai cavatori di tufo per millenni, dove tutto si gettava alla rinfusa: spazzature, mobilia, parti di corpi umani, cadaveri interi, escrementi, cibi, abiti e deiezioni d’ogni sorta.

Nella città profumata di giardini e orti che Cervantes vide coesisteva sia il paradiso che la Spagna inurbata aveva perso, che Madrid o Valladolid non conoscevano già più, sia l’inferno abitato dalla camorra che proprio gli spagnoli, ispirati dalla propensione all’inganno degli italiani, prima copiarono, poi impiantarono in madrepatria e infine reimportarono a Napoli. Un po’ il percorso della mafia: dalla Sicilia all’America e poi, di nuovo, dall’America alla Sicilia e all’Italia tutta.

InRinconete e Cortadillo, novella straordinaria, Cervantes ritrae due picari che si trasformano in camorristi. È la prima testimonianza letteraria esistente del fenomeno: due ladri, convinti che sul furto non si paghino tasse, si trovano a dover accettare la protezione di Manipodio, organizzatore di malfattori. Manipodio stabilisce regole, gergo, protocolli, indica punizioni e assassinii, furti e tirate d’orecchio. Il suo è già il Sistema della camorra, della ‘ndrangheta, della mafia. Si ride. E si trema. Poiché tutto è così simile al presente.

In un’altra novella una giovane donna stuprata e messa incinta da uno che poi se ne fugge nelle Indie, colonia e ricettacolo di malfattori, avanzi di galera, truffatori e falliti (con buona pace dei padri pellegrini del secolo seguente), partorisce un figlio dalla violenza. Quindi, anni dopo, il figlio ha un incidente e viene soccorso in una casa dove, guarda un po’, è appena tornato il malfattore. Ma la donna stuprata non può riconoscere il colpevole poiché bendata, cieco anche lo stupratore confuso dalla violenza del desiderio. Un oggetto li fa identificare a causa del figlio e costringerà il disgraziato a “porre rimedio”.

A Cervantes può anche sembrare unhappy ending, e non credo ne fosse davvero convinto neanche lui, ovviamente a noi no.

Nel dialogo fra Berganza e Scipione, cani d’intelletto (rieccoci al Bestiario ibero-napoletano) la società contemporanea è fatta a pezzi, anche se se la ride. E così anche le pretese di certa letteratura, le pretese di certi editori, librai e politici.

Se c’è una cosa che Cervantes, nella sua incommensurabile grandezza insegna è: attenzione, quel che vi racconto sono favole, made te fabula narratur.

È di te che questa storia parla.

Cosa conserva Napoli di questo suo illustrissimo visitatore, di questo suo innamorato, di quest’uomo che pensando ai suoi anni felici e giovanili non vedeva la Spagna dov’era nato ma Napoli, la città dove era passato? Da qualche anno l’Istituto Cervantes più grande d’Italia e con la sede più bella. E poi una sola, semplice targa.

È nella via che porta il suo nome, via Cervantes, all’angolo con piazza Municipio, che il primo scrittore di romanzi della storia occidentale è ricordato: “Questa città è Napoli illustre le cui vie percorsi più di un anno d’Italia gloria e ancor del mondo lustro che di quante città in sé racchiude non v’è nessuna che così l’onori: benigna nella pace e dura in guerra madre di nobiltude e d’abbondanza dai Campi Elisi e dagli ameni colli. Miguel Cervantes de Saavedra dal Viaje del Parnaso cap.VIII. NelCCCXLIIIanniversario della morte Napoli ricorda il grande poeta che in memorabili versi esaltò le virtù e le bellezze della città partenopea. XXIII aprile MCMLIX”.

Naturalmente, i passanti corrono verso le banche, i negozi, le bancarelle, gli uffici del Comune e dell’autore delDon Chisciottee delleNovelle esemplarinessuno si accorge. Né Cervantes se ne stupirebbe, abituato come fu dalla vita a imparare presto che non il coraggio, non il talento, non la visione contano a questo mondo salvo che dopo la morte, ma qualità meno nominabili.

Qualità facili a esercitarsi nella capitale degradata del viceregno, poiché, con il ritorno degli spagnoli dopo il regno aragonese e l’interregno francese di Carlo VIII, Napoli non era più la capitale del Regno di Napoli, così importante che il Magnanimo aveva lasciato la Spagna per abitarvi, ma il semplice presidio di un’appendice dell’impero spagnolo.

Eppure (gli storici attingono a fonti diverse a seconda dei secoli) il Cinquecento napoletano fu anche luminoso nei suoi rapporti con Madrid e collaborativo e generoso, anche se a riguardare indietro sembra che la storia si conduca sempre a “mazz’e panella”, con l’abbassamento di tasse che subito si rialzano, con concessioni che coprono ritorsioni, con pesti portate da untori di comodo – gli ebrei che, ovunque arrivino, come le minoranze di ogni tempo, vengono accusati di portare malattie – ed editti contro i vizi comuni: molto colpita la sodomia, argomento che non passa mai di moda poiché omosessuali ed ebrei furono perseguitati, insieme con le donne, per tutta l’età moderna, esattamente come oggi.

E Miguel, che era nato ad Alcalà nel 1547 da un chirurgo, professione che ben altra fortuna avrebbe conosciuto nel secolo seguente, all’epoca confusa con quella dei barbieri, e che aveva iniziato studi letterari ma poi li aveva interrotti, era un perfetto abitante del suo tempo: accusato d’omicidio, come Caravaggio era pronto ad ammazzare un oste per quattro carciofi senza burro o un passante per un’alzata di naso (non si prenda mai sottogamba Manzoni quando ne parla), ma anche affascinato dal classico viaggio d’istruzione italiano, cioè sentimentale, culturale e sessuale. Del resto, passavano da Napoli tutti i maggiori scrittori di quegli anni e molti vi lavorarono come funzionari: Francisco de Quevedo, Lope de Vega, Tirso de Molina.

Una Napoli da rimettere a lucido con l’aiuto di Vasari, in quegli anni convocato e riconvocato a Napoli per dipingere anche il sontuoso Refettorio di Sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto. A Napoli Cervantes sempre pensò, mentre era prigioniero ad Algeri nelle mani di un rinnegato greco di nome Dali Mamì, tentando la fuga avventurosamente come il conte di Montecristo ma fallendola spesso come un personaggio dei fratelli Coen. Quando in vecchiaia si ritrovò plagiato, di certo pensò ai napoletani, che qualche anno fa fotocopiavano per risparmio i libri di Erri De Luca: il diritto d’autore per le arti tutte, inclusa pittura e scultura, è acquisizione recentissima: allora era normale vendere statue moderne per antiche, copiare quadri oggi intoccabili, figurarsi le pagine degli scribacchini. E anche quando la vena si estinse e la vita sparì, Napoli era negli occhi di Cervantes.

Con occhi simili, innamorati e polemici insieme, Salvatore Di Giacomo anni dopo avrebbe scritto delle famose zoccole nel suoLa prostituzione in Napoliraccontando tre secoli di leggi e tariffe, cibi, prezzi, scambi, mura di contenzione e quartieri destinati.

La Lucrezia d’Alagno che fa innamorare il vecchio Alfonso d’Aragona, il Magnanimo, ci riporta a più squallide vicende contemporanee di ninfette e potenti, mentre la sifilide cambiava nome a seconda delle dominazioni: mal francese se a regnare erano gli spagnoli, mal spagnolo se erano i francesi, mal di Napoli se a prenderla era un visitatore d’altra provenienza, olandese, inglese o tedesco.

Ecco allora la Rua Catalana, il porto, il Malpertugio, Portanova e gli altri angiporti e quartieri malfamati dove esercitavano le eredi della Ciciliana del Boccaccio (vedi Andreuccio da Perugia), odiatissime ma pagate: “La femina è uno animale imperfecto, una rosa fetente, uno veleno dolce, instabile più che lo aere vagabondo”, scrive amabilmente il letterato Francesco Del Tuppo riferendosi alle signore della Selleria e della taverna del Cerriglio, alle varie celze o ceuze, o spitalere, come sarebbero state poi chiamate per via della frequentazione dell’ospedale celtico, ovvero per sifilitiche, nomi tramandati dalla storia, Bona, Faustina, Porzia, Vittoria, Angelica, Serafina, Isabella, Clara, Dianora, Aurelia, Beatrice... Prostituzione come economia di sopravvivenza anche nelle case, dove una moglie si dava anche al fratello, al cognato, allo zio in cambio di salsiccia, pesce e farina: esempio celebre ma non certo unico quello della moglie di Masaniello, Berardina Pisa.

Ecco allora zeze e lavannare insieme a cortigiane di alto bordo mescolate nell’unica categoria delle zoccole, nel secolo d’oro vestite anche come uomini, separate da una cinta, isolate fuori dalle mura con l’ovvia trasformazione delle stesse in luogo di massimo commercio umano, rinchiuse nell’Albergo dei Poveri ad alimentare scene ben peggiori di quelle descritte da José Saramago nel lager per ciechi diCecità; infine tradotte nelle case d’appuntamento, protagoniste di famose canzoni, quasi eroine (vedi Bambulella), donne dei camorristi, ovvero degli scarrafoni (vediI misteri di Napolidi Francesco Mastriani), madri infelici che rivendicano figli e matrimonio nellaFilumena Marturanodi Eduardo De Filippo.

E oggi? Raccontiamo una variante contemporanea...

Quasi subito, mentre siamo seduti al bar, arriva la telefonata: “Carissimo, ti aspettavo... Già mi dicevo: oggi è mercoledì e ancora non si è fatto sentire... Lo sai, non disattenderò nessuna tua aspettativa... Cosa vuoi provare: un cavallo di razza già rodato o un nuovo equino? Ah, il Palestrato... Ti faccio sapere, ci risentiamo più tardi...”.

Guardo Gaetano, nome di fantasia per il giovane e gradevole uomo che ho davanti, poco più di un quarto di secolo d’età, professione da due anni a questa parte escort o, come mi dirà poi alla fine,call boy, e gli chiedo: “Il Palestrato?”. Mi spiega che da un po’ di tempo lavora in coppia con altri professionisti che sceglie accuratamente perché le persone si stancano della monotonia, “altrimenti starebbero in casa con la moglie”, ammicca ironico. “Lavoro in coppia con più di un collega che propongo in base al gusto e all’esigenza dei clienti. Sono il più famoso, il migliore in città perché questo lavoro si fa con il cervello prima che con il proprio corpo: gestire clienti d’ogni genere, con esigenze diversissime prevede empatia, discrezione, presenza...”.

Gaetano, che pratica fra tutti i mestieri, si sa, il più antico del mondo, il più condannato, un’attività che da anni non si svolge più solo per strada ma al telefono e in rete, si mostra sicuro, spigliato, abituato a condurre il gioco, però – specifica – non è che sia così nella sua vita, in privato: “Il personaggio che interpreto e propongo non coincide con tutte le mie caratteristiche personali... Ho imparato a darmi un valore, ad attribuirmelo. All’inizio mi sottovalutavo, ma ho scoperto che ognuno di noi è la somma del valore intrinseco e del valore che tu stesso ti attribuisci. Quando tu ti dai un valore le persone sono felici di riconoscertelo”.

Ovviamente mi faccio le domande che si fanno tutti e Gae­tano lo sa: come è possibile che un ragazzo giovane, bello, intelligente e laureato scelga il mestiere del gigolò (e intanto penso che, come al solito, per le donne che praticano la stessa arte i nomi sono tutti offensivi, mentre per gli uomini, che lo fanno dalla notte dei tempi come le donne, invece esistono eleganti termini francesi). E Gaetano mi spiega: “Ho tentato di fare lavori inerenti alla mia laurea ma non erano gratificanti, mi sentivo frustrato perché la mia istruzione non veniva considerata e le attività che svolgevo non erano costruttive né a livello economico né professionale”.

Insomma, fare il commesso, lavorare in un call center, piegarsi ad una qualsiasi delle eventualità cui il nostro asfittico e ipocrita mercato del lavoro conduce anche chi ha compiuto studi superiori, era per Gaetano ben più umiliante che vendersi. “Vedi, ho scelto questo lavoro perché, e non lo dico a mio credito, è un disvalore, sono un insubordinato di natura, non sopporto di dover sottostare a gente che ti manda mail sgrammaticate, a capi ignoranti e oppressivi. In questo lavoro, invece, decido tutto io. In più è uno dei pochi mestieri in cui il cliente non ha sempre ragione...”.

Gaetano ha acquisito un esperienza di gestione tale da scegliersi i colleghi con cui lavorare fra i tanti che gli si propongono spontaneamente e da selezionare la clientela scartando immediatamente chi contratta sul prezzo e i perditempo. Le sue prestazioni sono dedicate a un’élite poiché chi acquista il suo tempo è spesso interessato, molto prima che al rapporto fisico, e a volte anche a prescindere da questo, alla compagnia, alla conversazione. “Sembra un paradosso ma oggi io mi sento gratificato perché i clienti mi apprezzano”. Non è certo come fare le marchette alla stazione o in strada, come capita – mi racconta – ai rumeni, alle donne africane; però – sottolinea – quest’attività non è nulla più di una parentesi: non solo perché il tempo passa e anche per questo lavoro, come per gli atleti o i ballerini, il fisico, se non è tutto, comunque conta; ma anche a causa del logorio mentale: benché gli appuntamenti si possano organizzare con libertà, il prezzo che si paga in termini di relazioni private e personali è alto, non si può avere, a queste condizioni, né una vita sociale né una vita di coppia.

E il cervello è attivo ventiquattr’ore su ventiquattro poiché l’attività non consiste solo nelle ore che si dedicano materialmente al cliente – “posso decidere di non lavorare, se non mi va, anche una settimana o un mese” –, ma nel logorio psicologico, relazionale, motivazionale che impegna chi offre il suo tempo alle più diverse psicologie ed esigenze. E poi c’è lo stigma – la parola la usa proprio Gaetano – che precede e segue questo lavoro: “Se smetterò, comunque chi mi conosce penserà sempre al lavoro che ho svolto”. In definitiva Gaetano, che pure si è sistemato economicamente in questi due anni in modo tale da non avere preoccupazioni per il presente o per il futuro, dice che quel che guadagna “è denaro veloce ma non facile”.

Ma qual è dunque questa clientela che lo cerca ed è disponibile a spendere qualunque cifra, a pagare ristoranti e alberghi carissimi? Preti e prelati, innanzitutto. “La percentuale di omosessuali nelle fila della Chiesa è altissima e fra loro non si nascondono, anzi sono una lobby, si frequentano e si aiutano, si scambiano feedback. Sapessi a quante cene esclusive composte solo da preti e militari ho partecipato... Sono forti della loro posizione sociale e non temono alcuna conseguenza, né provano sensi di colpa”. E poi liberi professionisti, imprenditori, gente dello spettacolo che paga la tranquillità mentale di tornare a casa senza conseguenze dopo un incontro. Sono prevalentemente uomini: “D’altro canto l’uomo che viene con me non vuole fare l’uomo nel rapporto”, ma anche coppie, di rado donne: “Siamo pur sempre al Sud...”. Interessante è capire che chi cerca Gae­tano si muove non per necessità ma per desiderio di trasgressione, per vivere liberamente l’identità che nasconde: e queste identità sono così varie che anche una sommaria descrizione non renderebbe l’idea. “La fidelizzazione non è semplice con clienti alla continua ricerca di novità, eppure a me riesce. Considera anche che parlo tre lingue, quindi ho anche tanti clienti stranieri”.

Richieste? Da quelle tradizionali al sadomaso estremo e un consistente settore di clienti feticisti: masochisti che desiderano leccare una suola di scarpa, farsi umiliare, fotografare e finire in rete. Qui Gaetano è terapeutico: “Di tutte le parafilie, mentre alcune sono decisamente da curare o reprimere, come la pedofilia, quelle che coinvolgono terzi consenzienti vanno semplicemente lasciate libere di esprimersi: hai voglia a sotterrarle, rispuntano sempre e in fondo sono innocue”.

Gaetano, insomma, è uno sfizio caro, un Cartier: ”Questo è un settore che difficilmente vede il ripercuotersi della crisi. Faccio parte del settore del lusso. Un conoscente una sera mi disse, e pensavo fosse uno scherzo, che avrebbe pagato qualunque cifra per stare con me. Lo provocai e davvero la cifra era consistente e l’intenzione reale. Dopo ho capito che potevo farne un business. Ho accettato per gratificazione, ho un ego molto sviluppato, ma quando finirò, a differenza di molti trentenni, avrò una sicurezza economica che userò per inventare nuovi progetti. Mi sono sempre definito un imprenditore: di fatto gestisco un pacchetto clientela, fidelizzo clienti...”.

Immagino che la concorrenza stia aumentando in questo periodo di crisi, anche nel suo settore, che non conosce crisi, e Gaetano mi conferma che gli improvvisati spuntano come funghi, si decuplicano: ed ecco apparire un sottobosco di persone che sono disposte a tutto per conservare uno standard di vita ormai impraticabile, dal ragazzo che non vuole rinunciare a un paio di scarpe care a chi ha un mutuo, a chi vuole tenersi l’auto che non può più permettersi. Sui siti dedicati si propone chiunque.

L’ultima domanda Gaetano se la fa da solo: ti viene mai paura dei clienti? Gente che non conosci, che potrebbe danneggiarti o non pagarti? “Non ho paura di nessuno, sono io che creo la paura nelle persone. Pensa anche che, mentre una donna la devi pagare prima, fra uomini si usa il contrario. E nessuno si è mai sognato di non pagarmi, anzi. Spesso la prestazione è stata talmente apprezzata che ricevo oltre il pattuito, già consistente, ottime mance”. Le tariffe alte servono anche a questo: garantisconocall boye cliente. “La mia clientela è gente che incontri per strada, insospettabile e per bene, ad esempio sono proprio le persone che hanno in mano il giornale, adesso...”.

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